La questione eco-climatica in Siria

Buongiorno sostenitori e sostenitrici di Armadilla! In questo articolo guardiamo all’impatto della crisi climatica ed ambientale in Siria, con uno sguardo alle politiche energetiche nel quale il nuovo governo si sta muovendo

Se in questo periodo si ha l’opportunità di addentrarsi nell’entroterra siriano, può capitare di trovarsi incolonnati dietro una fila di camion in attesa di superare un checkpoint o di affrontare un incrocio particolarmente stretto rispetto alla loro stazza. La nostra guida non ha dubbi: sono impegnati nel viaggio di andata o ritorno tra l’Iraq e i porti siriani sul Mediterraneo, da cui vengono esportati verso il resto del mondo sempre maggiori quantità di galloni di greggio , costretto a trovare nuove rotte visto il blocco dello Stretto di Hormuz. Baghdad dichiara di voler raggiungere la quantità di un milione di barili al giorno esportati tramite Siria e Turchia nei prossimi mesi, sebbene il recente cessate il fuoco trovato tra Usa e Iran potrebbe ridurre presto questa necessità.

Pochi giorni prima di questa dichiarazione, proprio dalla Turchia un altro flusso portava devastazione alle aree agricole più produttive della Siria. Nelle province nordoccidentali di Raqqa e Deir Ezzor (parte della storica Mezzaluna Fertile) i campi venivano travolti dall’acqua dell’Eufrate. Non è del tutto chiara l’origine di quest’acqua improvvisa: se sia colpa delle notevoli precipitazioni degli scorsi mesi, che hanno riempito gli invasi a monte, o se sia stata mal calcolata l’apertura stagionale delle paratie da parte delle autorità turche, riversando una quantità di molto eccessiva rispetto al dovuto. Lo stesso ministro siriano dell’energia, citato da Al Monitor, ha parlato vagamente di “un aumento significativo e senza precedenti del flusso d’acqua proveniente dal lato turco”. Si discute anche dello scarso o nullo preavviso emesso prima di questo grande rilascio, per cui ancora il ministro ha commentato che “L’avvertimento della Turchia sull’innalzamento del livello delle acque del fiume Eufrate è arrivato troppo tardi”: un raro esempio di critica da parte del governo siriano nei confronti della Turchia, che non ha reso noti maggiori dettagli rispetto alla vicenda. Secondo 7al.net questo episodio può mettere in discussione l’accordo tra i due paesi rispetto alla gestione dell’acqua, da sempre improntata ad una cronica scarsità e non all’eccesso della risorsa.

Quello che conosciamo per certo è l’effetto di questa esondazione: stando all’ultima comunicazione ufficiale, si conta un’area immensa di terreno agricolo danneggiato. Per Enab Baladi, sono migliaia le persone che hanno sofferto per il disastro. Ad essere colpiti non sono stati solo i campi, ma anche le tante stazioni idriche, in parte danneggiate, in parte disattivate e rimosse temporaneamente durante i giorni di piena. La Mezzaluna Rossa ha distribuito aiuti alla popolazione interessata. Anche un campo profughi nella zona è stato invaso dalla massa d’acqua, leggiamo su Al Araby. Nonostante tutto questo, il governo prevede una stagione di raccolta del valore di 2,5 tonnellate in tutto il paese.

Potrebbe sembrare una vicenda slegata dal cambiamento climatico in senso stretto, vista la possibile responsabilità delle varie autorità nella gestione di questo flusso ingente. Ma se la Siria si ritrova a dover far fronte ad entrambi gli estremi sul fronte delle precipitazioni, tra siccità prolungate e stagioni improvvisamente piovose, è proprio a causa dello sconvolgimento causato dalle emissioni di gas serra da attività umane, in primo luogo quegli stessi combustibili fossili che ora cercano nuove strade pur di raggiungere motori e caldaie di tutto il mondo. Come tanti altri stati (forse tutti?), anche la Siria si trova a muoversi nell’ambito di un paradosso: mentre soffre per la crisi, contribuisce ad alimentarla muovendo e anche producendo combustibili fossili come ha fatto storicamente e come cerca di fare anche adesso, avendo ripreso il controllo delle aree più ricche di questa risorsa. Con una differenza: storicamente il petrolio è stato gestito a livello statale, mentre ora sono altri paesi a guardare all’ estrazione, con il nuovo governo che sembra disponibile a seguire questa strada, in particolare con gli Usa. Come si confronta questo dialogo economico con l’impegno a proteggere l’ambiente e le risorse naturali?

Emerge per l’ennesima volta la frattura cognitiva tra clima e ambiente, come se l’atmosfera non ci avesse dimostrato infinite volte l’impatto degli eventi metereologici estremi sul territorio e, nel senso opposto, della mancata cura ambientale nel peggiorare l’effetto di inondazioni o siccità. Ma è importante anche ragionare sull’altra faglia semantica, quella che divide meteo e clima. Quest’inverno è stato eccezionalmente piovoso per la Siria, un paese spesso affaticato dalla siccità. La gestione dell’acqua fu anche uno dei motivi scatenanti delle rivolte che portarono alla protesta di massa e poi alla guerra del 2011. Ma le piogge di quest’anno hanno risolto tutto? Kamal Shahin, in un lungo approfondimento su Syria Untold, ci ricorda che la siccità impatta a fondo il territorio e, per riportare a livelli sicuri le riserve d’acqua, non basta una singola stagione di abbondanza. Senza contare che questi anni difficili hanno procurato ferite ancora aperte all’attività agricola locale, portando molti coltivatori a lasciare il lavoro cercando opportunità altrove. Il giornalista raccoglie anche numerosi commenti rispetto al ruolo dello stato: ci si può fidare dei numeri diffusi sulla produzione e sulla disponibilità di acqua? E c’è un piano per adeguare le coltivazioni alle possibilità dei territori?

La crisi agricola porta poi con sé quella sociale e politica. Le tensioni e le violenze che agitano la provincia di Suwayda sono senz’altro alimentate dalle difficoltà economiche e umanitarie dovute ai pessimi raccolti degli anni recenti, condivise con le altre province meridionali. Una volta individuato il disagio, è facile inserirsi per far precipitare ulteriormente la situazione. Laddove la terra non scaccia gli agricoltori, ci pensano i proiettili israeliani. Clima, ambiente, meteo, politica, economia e guerra. L’errore è pensare che siano concetti separati e non, invece, fatalmente aggrovigliati.

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