Uno sguardo sull’economia siriana

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Nello scorso numero vi raccontavamo dell’arrivo della primavera in Siria, un equinozio accompagnato dalla pioggia che ancora oggi riempie il Barada, il fiume di Damasco che in genere somiglia ad un canale abbandonato. Oggi, nel giro di poche settimane, sembra di essere passati direttamente all’estate, rendendo avventato l’acquisto di quel maglioncino pensato proprio per far fronte alla stagione di mezzo. Anche in Siria, insomma, il cambiamento climatico sta rendendo concreto quello stantio luogo comune sulla perdita della stagionalità nel corso dell’anno. Si gira in maglietta e ci si proietta con una certa inquietudine alle temperature che ci aspettano a luglio…

Non che siano questi gli inconvenienti metereologici che attanagliano la Siria. Le piogge abbondanti dei mesi scorsi hanno portato un momentaneo sollievo alla carenza d’acqua cronica, ma nelle aree dove sono state particolarmente intense si sentono ancora le conseguenze. Ad esempio, diverse zone agricole nel nord e nell’est del paese hanno subito danni pesanti, che in questo momento stanno contribuendo alla nuova crescita dell’inflazione.


Partiamo da qui per esplorare la situazione economica della Siria, stretta nella guerra tra Usa, Iran e Israele. Sebbene Damasco sia stata per lo più risparmiata da attacchi diretti, gli effetti sui prezzi locali sono stati immediati e colpiscono una popolazione segnata da una lunga guerra civile e dall’incertezza che ancora aleggia sul paese. I prezzi stanno salendo in tutto il mondo, soprattutto a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz; ma, come sempre accade, sono le popolazioni già povere e in difficoltà a subirne subito i maggiori effetti.

Se si guarda al livello istituzionale, il tono sembra diverso. Le notizie di agenzia dispiegano una lista infinita di incontri, accordi, strette di mano tra il governo di Al-Sharaa e ogni possibile entità statale o commerciale al mondo: Sudafrica, Azerbaijan, Airbus, Nazioni Unite, Turchia, Crose Rossa Internazionale, UE, Libano, FMI, Ucraina, Giordania, Arabia Saudita, Canada, Norvegia, Bielorussia, Chevron, UAE, Iraq, Italia, Banca Mondiale, Algeria, Francia, Germania… potremmo continuare a lungo. Si parla di cooperazione economica, sviluppo, investimenti, compresa una spesa da 300 milioni di dollari per rilanciare il turismo che include la costruzione di alti palazzi che contribuiranno allo skyline damasceno ospitando anche lo stesso ministero del turismo. Non solo: si parla anche del Qasioun Journey, l’idea di rendere più visitabile la montagna che si affaccia sulla città con funivie e, anche in questo caso, grandi infrastrutture. Dalle immagini fatte circolare assieme all’annuncio dei progetti, non sembra così chiara l’attrattiva per i visitatori della città.

Circolano poi molti numeri. Il ministro delle finanze Mohamed Yisr Barnieh ha comunicato che la Siria ha registrato il suo primo avanzo di bilancio in oltre trent’anni, citando l’aumento delle entrate (per il 149%), soprattutto per la vendita di combustibili fossili, ed una gestione fiscale più rigorosa. Le esportazioni giordane in Siria sono aumentate del 47%. 70mila tonnellate di grano sono arrivate al porto di Tartous per rafforzare le scorte di cereali. La Banca Mondiale concede un finanziamento da 200 milioni di dollari per le ferrovie siriane. 500mila tonnellate al mese di carburante iracheno attraverseranno la Siria per raggiungere il Mediterraneo.

Quest’ultimo punto merita di essere osservato da più vicino. Ogni guerra genera devastazioni e sofferenze, ma, inevitabilmente, anche grandi opportunità per chi si muove con l’adeguato cinismo o chi si trova nel posto giusto al momento giusto. A metà aprile dal porto siriano di Banyas è partita la prima nave carica di petrolio iracheno, che ha riorientato in questa direzione le esportazioni che solitamente attraversano il famigerato Stretto di Hormuz. Nemmeno la Turchia sta perdendo tempo: non è un importante produttore di petrolio, ma riconosce la propria posizione strategica (come è spesso accaduto in passato: pensiamo al suo ruolo nell’esternalizzazione delle frontiere dell’UE) e si propone come parte di un nuovo corridoio energetico che coinvolgerebbe anche la Siria, secondo aawsat.com. C’è anche un’altra linea di pensiero: la società saudita Adis ha firmato un contratto esecutivo con la Syrian Petroleum Company per l’estrazione di giacimenti di gas nella regione di Homs e Hama. Quasi come a dire: se non possiamo esportare i nostri combustibili, andremo a tirare fuori quelli dei paesi vicini.


Quello che sembra chiaro, mettendo insieme tutte queste notizie, è che qualcuno si ritroverà a guadagnare parecchio dall’attivismo diplomatico e politico del governo siriano in termini di economia, che si tratti di petrolio o di commercio. L’attuale stabilità della Siria sembra portare con sé un messaggio: c’è un intero paese da cui estrarre, qui. Ed è curioso che questo messaggio si faccia sentire proprio attorno all’80esimo anniversario dell’indipendenza siriana, il 18 aprile.

Difficile dire quanto durerà questa fase di nuova attenzione alla Siria. Trasportare gas e petrolio via mare resta più conveniente e necessita di meno infrastrutture, perciò è difficile prevedere cosa ne resterà di questo riassestamento energetico una volta che lo stretto di Hormuz tornerà percorribile. Sempre che questa riapertura sia davvero all’orizzonte. Intanto, Reuters segnala una grande crescita di importazioni di petrolio dalla Russia, con un incremento di 60mila barili al giorno nel 2026, un’impennata del 75%.
Eppure, secondo molti osservatori, la crisi degli idrocarburi causata da questa ennesima Guerra del Golfo potrebbe paradossalmente contribuire a dare la spallata definitiva alla nostra dipendenza dai combustibili fossili. A differenza dalle crisi passate, le alternative rinnovabili sono pronte, economiche e affidabili, bloccate da freni politici più che tecnici. La Siria rischia di tornare tra i protagonisti del petrolio proprio nel momento in cui il mondo, volente o nolente, si sposta altrove. Ma nel frattempo il paese ha ripreso ad importare grandi quantità di gas dalla Giordania, una fornitura che ha contribuito alla maggiore disponibilità di energia “governativa” in queste settimane, coincidente però con un drastico aumento delle bollette per le famiglie siriane.

Non è l’unico prezzo che sale. La lira siriana ha superato a tratti la soglia di 13.500 per un dollaro. Secondo +963, è segnale di un’economia sull’orlo del collasso. Sono aumentate le spese per i trasporti, sia di persone che di merci. Diverse testate raccontano poi di gravi difficoltà per l’industria, tra chiusure di stabilimenti e numerosi licenziamenti riportati ad esempio da 7al.net. Non si tratta solo di contingenze momentanee: parliamo di un paese appena uscito da una guerra lunga, sanguinosa e distruttiva, con un cambio di regime turbolento avvenuto nel mezzo di disordini globali e regionali. La questione è quindi strutturale e viene da chiedersi se la strategia del governo sia orientata in quel senso. La Banca Centrale ha preannunciato il lancio di una piattaforma specializzata per la regolamentazione del mercato dei cambi e il collegamento del settore bancario al resto del mondo, mentre il Canada ha annunciato il sollevamento delle sanzioni sul paese e la Norvegia il divieto di investimento in titoli di Stato siriani. Intanto esponenti governativi hanno dialogato con il Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale per ottenere sostegno nel settore finanziario e la La Banca Centrale della Siria ha annunciato l’intenzione di lanciare il Mercato di Damasco per i cambi e l’oro.

Saranno queste firme a risollevare l’economia siriana?

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