Buongiorno sostenitori e sostenitrici di Armadilla! In questo articolo proviamo a sfiorare le tante tensioni interne alla Siria, cercando di fornire un quadro dell’instabilità che ancora percorre il paese
Come molti stranieri al lavoro a Damasco, anche chi scrive questi articoli ha cominciato a prendere le fatidiche lezioni di arabo per orientarsi nell’ostico paesaggio sonoro locale. È un’ora a settimana, in un caffè della città vecchia, con l’ovvio sottofondo di Fairouz dalle casse del locale – anzi, dalle porte di tutti i caffè che si oltrepassano per raggiungere la lezione, rito obbligatorio del mattino levantino.
L’insegnante consiglia di guardare, tra una lezione e l’altra, un film siriano ambientato in parte in Italia: Damascus with love, diretto da Mohamad Abdul Aziz e uscito nel 2010, appena prima che la miccia della primavera araba accendesse anche la Siria dando il via di fatto alla sanguinaria e infinita guerra civile conclusa a fine 2024. Ma si può dire che sia del tutto finita?
Secondo il regista, il film metteva in luce le condizioni delle numerose minoranze del paese e il modo in cui queste venivano ostracizzate sotto il regime di Assad (e nel mondo arabo in generale), sebbene possa apparire come un’ora e mezza di pura pubblicità sulle bellezze del paese, rivolta a potenziali turisti che, di lì a poco, si sarebbero invece tenuti ben alla larga.
Ora che il regime di Assad è caduto ed è salita al potere una delle forze coinvolte contro di esso nello spargimento di sangue, viene da chiedersi come sia invecchiata quella trama. Purtroppo, sembra che alcuni gruppi minoritari si sentano ancora minacciati e le violenze settarie non siano state sopite dall’impegno del nuovo governo di apparire impegnato nella pacificazione, sebbene questo impegno sia celebrato a livello internazionale, soprattutto in occidente, come dimostra la revoca delle sanzioni UE nei confronti dei ministeri della difesa e dell’interno. Mentre si scrive, risuona il commento dell’inviato speciale degli Usa in Siria, Tom Barrack, sul lavoro dell’attuale governo siriano: “i progressi compiuti sono stati notevoli. Le opportunità future promettono un progresso esponenziale per il popolo siriano e una stabilità duratura. La Siria è ora un laboratorio per un nuovo allineamento regionale di diplomazia, integrazione e speranza per l’intera regione”. Difficile evitare un certo brivido sulla schiena, immaginando i possibili risvolti semantici di quel “laboratorio”, specie se si pensa a chi possano essere le cavie. Intanto, gli Usa starebbero lasciando le proprie postazioni militari nel paese, consegnandole all’esercito locale.
Nello stesso momento, la Commissione Usa per la libertà religiosa internazionale pubblica un aggiornamento dedicato alla Siria che sembra descrivere tutto l’opposto dei “progressi notevoli” e della “stabilità duratura” elogiata da Fletcher. Il documento si apre affermando che la libertà religiosa continua a peggiorare. Cita poi violenze e uccisioni nei confronti di alawiti, drusi e cristiani; in particolare, il massacro di 1400 alawiti nel marzo 2025, e di 1200 drusi a luglio, sottolineando la difficoltà delle autorità nell’individuare e perseguire i colpevoli. Si contano poi le almeno 77 vittime di violenza settaria nei primi mesi del 2026, incluse persone cristiane che si aggiungono a quelle dell’attentato suicida dello scorso 22 giugno alla chiesa di Sant’Elia a Damasco, che uccise 25 fedeli e ne ferì decine di altri.

Di recente un nuovo attentato ai danni della comunità cristiana, questa volta ad Aleppo, è stato evitato soltanto perché l’ordigno installato sul carro funebre diretto ad un funerale alla chiesa di Sant’Efrem è caduto a terra prima che potesse esplodere, racconta Al Araby. Per questi e altri episodi di violenze o minacce, la comunità cristiana è piuttosto spaventata, tanto da ridimensionare in diverse località i festeggiamenti per la Pasqua (sia cattolica che ortodossa). Ha fatto paura anche il divieto di vendita di alcol nella città di Damasco, un provvedimento che può far sorridere, ma è stato percepito come un atto di discriminazione, più che di salute pubblica. Ci sono state proteste di piazza, oltre ad un’ondata di indignazione online, finché le autorità non hanno dichiarato che la circolare a cui si faceva riferimento era imprecisa: il divieto imposto infine esclude le zone della città a maggiore presenza cristiana (la città vecchia e Qassa).
Per proseguire una disanima che vuol essere tutt’altro che esaustiva (ci si potrebbe scrivere un libro intero, e risulterebbe comunque arretrato nel giro di un mese) è importante citare anche Farhan Al Mansour, religioso del santuario sciita di Sayyida Zaynab, a sud di Damasco, ucciso dal lancio di una granata a inizio maggio.
Anche volendo uscire dalla violenza strettamente settaria, gli episodi sono così tanti da rendere impossibile un elenco. L’Isis forse è scomparsa dalle testate occidentali, ma qui continua a farsi sentire, con attacchi frequenti indirizzati soprattutto alle nuove forze di sicurezza del paese, con l’obiettivo probabile di delegittimarle e agitare la sensazione di insicurezza. L’attacco ad Al Mansour, ad esempio, è stato rivendicato dall’organizzazione. A fine aprile DW riportava la diffusione di un messaggio audio dell’organizzazione rivolta ai propri combattenti, come a voler ribadire la propria presenza e voglia di (dis)fare. Non che ce ne fosse bisogno: gli attacchi parlavano già in maiuscolo. Ma poiché l’origine di molti attentati resta incerta, meglio tenere a mente che “quella cosa che chiamiamo Isis” non è necessariamente l’unica organizzazione attiva nel paese con quelle modalità.
A nord, l’integrazione delle SDF nell’esercito regolare e la generale revisione dell’amministrazione locale incontrano ancora forti tensioni. A sud, a Suweida, la situazione rimane tesissima. Il governo ripete regolarmente che non è in atto alcun assedio nei confronti della provincia, ma le notizie raccontano una situazione tesa. Nei primi di maggio alcuni attivisti hanno ad esempio rivelato a BBC di attacchi contro la popolazione civile, con il ferimento di alcune persone.
Restando a sud di Damasco, occorre concentrarsi anche su Israele e sulle sue quotidiane incursioni a Quneitra (che è in parte già occupata, illegalmente, da decenni) ma anche a Daraa. Sia HRW che Amnesty parlando di crimini di guerra. Ibrahim Olabi, inviato siriano all’ONU, condanna le mosse del regime sionista, ma sul terreno le continue infrazioni e violenze israeliane non sembrano smuovere l’esercito siriano con la decisione che ci si aspetterebbe. Ma non c’è solo la guerra: testate come Syrian Observer rilanciano l’allarme rispetto al semplice, ma continuo, acquisto di terreni da parte di cittadini israeliani nel sud della Siria, in modo da comprarsi letteralmente un pezzetto del paese per volta. Lorenzo Trombetta racconta poi delle incursioni dei coloni, cariche di pesante simbolismo. Nei giorni dell’anniversario della Nakba in Palestina, e nella violazione continua e mortale del “cessate il fuoco” in Libano, la memoria storica dovrebbe aiutarci a ricordare il possibile esito di questa strategia. Eventi di questo calibro sembrano aver spinto molti siriani a protestare, qualche settimana fa, portando a galla la solidarietà con la causa palestinese e l’opposizione al colonialismo sionista.
Intanto il governo siriano annuncia di aver sgominato una cellula di Hezbollah, che però nega il coinvolgimento, mentre la Giordania bombarda il confine con la Siria per colpire un gruppo dedito al narcotraffico. C’è poi grande enfasi sugli arresti e i processi ai danni di personalità del precedente regime, legate a massacri e violenze da cui la nuova classe politica vuole, giustamente, prendere le distanze. Alla sbarra c’è anche lo stesso Bashar al-Assad, nascosto in Russia dal 2024.
Ma se torniamo al documento della commissione Usa, si legge anche dei tempi, ormai lunghi, del passaggio di consegne politico. La transizione democratica, insomma, latita. Le minoranze sono sottorappresentate e la composizione del parlamento non è ancora completata, anche perché in alcune aree non fu permesso di votare nell’ottobre 2025, per discusse ragioni di sicurezza. Il voto per le province ora escluse dovrebbe tenersi nelle prossime settimane. Per di più, il governo emana molte leggi per decreto, aggirando proprio quel parlamento già poco rappresentativo. Attorno alla metà di maggio Al-Sharaaa ha indicato nuovi ministri, nuovi governatori provinciali e il nuovo governatore della banca centrale. In contemporanea, una nuova legge intende regolare (e forse limitare) la possibilità di protestare nel paese. Chissà se saranno questi freni alla transizione democratica, assieme alle continue difficoltà economiche, a rappresentare la prossima miccia per un paese stufo ed esausto.
Nella prima bozza, l’articolo si chiudeva qui. Poi, nel pomeriggio del 19 maggio, un’esplosione ha colpito l’area di Bab Sharqi, a Damasco, facendosi sentire anche a distanza. Per qualche ora le sirene hanno rimbombato dalle strade ed è circolata ogni sorta di notizia sui social media. Secondo la ricostruzione ufficiale, alcuni militari erano accorsi per disinnescare un ordigno trovato nella zona, quando un’auto-bomba nelle vicinanze sarebbe esplosa, uccidendo uno dei militari e ferendone molti altri. Al momento, non si sa altro.