Diario della Nuova Siria | Quale spazio per i curdi?

Buongiorno sostenitori e sostenitrici di Armadilla! Con questo articolo ancora fradicio di pioggia affrontiamo alcune delle ultime notizie sulla Siria, con gli aggiornamenti dall’ennesima guerra scoppiata nella regione e le sue conseguenze sul paese e i drastici rivoluzionamenti della questione curda.

L’arrivo della primavera a Damasco ha corrisposto al rientro a lavoro dei siriani, dopo le vacanze che hanno accompagnato la fine del periodo di Ramadan. Sono stati giorni bagnati da pioggia, diluvi e perfino grandinate che ci hanno tenuti vicini alle stufe a kerosene per asciugare la gelida umidità: a tratti sembrava di essere finiti in un mese di novembre in Nord-Italia, più che nel nostro immaginario levantino. Ma anche fuori dagli stereotipi, è stato un inverno molto insolito. Gli acquazzoni hanno provocato danni pesanti, evacuazioni e addirittura vittime nel territorio siriano, soprattutto in alcune zone nel nord del paese. Secondo la stampa locale, i danni ai terreni agricoli, uniti all’aumento del prezzo dell’energia, stanno facendo crescere i costi del cibo, una salita confermata con preoccupazione dai colleghi in ufficio. Si spera, almeno, che tutta quest’acqua risparmi alla Siria un’altra estate di siccità…
Ma oltre al meteo, ad aleggiare è anche il clima tempestoso che soffia dalla guerra scatenata dagli attacchi israeliani e statunitensi sull’Iran (ne abbiamo parlato nel primo numero di questo Diario). La Siria resta ancora, e fortunatamente, ai margini, sebbene la pressione a prendere parte al conflitto stia aumentando. Secondo un’esclusiva di Reuters pubblicata il 17 marzo, gli Usa avrebbero chiesto al governo di Ahmed al-Sharaa di inviare truppe nel Libano orientale, col fine (almeno dichiarato) di contribuire al disarmo di Hezbollah. Damasco non ha dato una risposta affermativa, ma le richieste potrebbero farsi più insistenti. In seguito sono poi stati lanciati razzi dall’Iraq verso postazioni statunitensi in Siria; le autorità irachene, che come quelle siriane stanno cercando di restare fuori dal conflitto, hanno arrestato i presunti colpevoli, ma il segnale è preoccupante.
A proposito di pressioni, anche quella di Israele si fa sempre più aggressiva, soprattutto nelle aree occupate ormai da tempo a sud-est della capitale. In parallelo al tentativo di invasione di terra nel sud del Libano, le forze israeliane continuano infatti a seminare violenza arbitraria ai danni della popolazione locale, praticando incursioni nei villaggi e detenzioni non giustificate (anche di minori), oltre ad imporre posti di blocco che gravano su una popolazione già in difficoltà economica. Come fa notare Lorenzo Trombetta sulla propria newsletter, questo avviene senza una risposta delle autorità siriane (né tantomeno della comunità internazionale). Non è tutto: tra il 19 e il 20 marzo Israele ha colpito alcune infrastrutture militari siriane nell’area di Suweida, citando lo scoppio di nuove violenze che nei giorni precedenti hanno coinvolto la popolazione drusa, che Tel Aviv dichiara di voler proteggere, come ragione per il gesto.




Bisogna quindi fare i conti anche con le divisioni interne alla stessa popolazione siriana. La lista in merito è tristemente lunga, e comprende tra le altre proprio la questione drusa nel sud. Questo approfondimento lo dedichiamo però ad un’altra vicenda in forte evoluzione: gli epocali cambiamenti nei rapporti tra governo centrale e autorità locali curde.
Nelle prime settimane dell’anno le forze governative siriane si sono rapidamente allargate all’interno dei territori ancora sotto al controllo delle SDF (Syrian Democratic Forces, un’entità a guida curda) con scontri e violenze culminati nella firma di un’intesa che, almeno sulla carta, sembra soddisfare tutte le parti: le forze militari curde verranno integrate nell’esercito siriano in blocco, mantenendo quindi in teoria l’unità interna, mentre a livello politico si promette la tutela dei diritti e della cultura della popolazione curda. Dall’altro lato si esaurisce in questo modo l’esperimento politico delle regioni settentrionali, dove i curdi hanno governato negli ultimi anni mettendo in pratica quel confederalismo democratico teorizzato dal fondatore del partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Öcalan. Secondo numerose testimonianze, non è stata un’esperienza così limpida come viene spesso esaltata in Occidente, dove, in modo forse superficiale, è stata vista come un faro di pura democrazia capace di illuminare anche quelle, scricchiolanti, dei nostri paesi. Nonostante queste precisazioni, si tratta comunque di una svolta radicale per la storia recente siriana, con la chiusura di un capitolo che lascia pochi spunti su come possa continuare la storia.
Nei mesi successivi ci sono state tensioni, che non sono esplose in modo ampio o profondo, ma segnalano comunque l’ostilità nei confronti delle nuove autorità in quei territori, da parte della popolazione locale e soprattutto da componenti più giovani all’interno delle SDF. Insomma, sebbene il passaggio di consegne non sia avvenuto tramite un bagno di sangue, è chiaro che non si sia trattato di un confronto paritario. Gli Usa, che storicamente hanno sostenuto i curdi nel confronto contro lo Stato Islamico (o che li hanno sfruttati in questo senso per evitare di sostenere uno scontro diretto) hanno ora deciso di dare supporto al governo centrale di Al-Sharaa. È chiaro, insomma, chi tenga il coltello dalla parte del manico e possa imporre la propria visione pur esaltando il proseguimento del dialogo tra le parti.
In parallelo a questi episodi, le autorità centrali e gli esponenti di spicco della politica curda hanno infatti tenuto incontri diplomatici per rafforzare, almeno nelle didascalie, i dettagli dell’intesa e mostrare gli inediti rapporti amichevoli (sebbene poi Al-Sharaa, in visita nel Regno Unito, non abbia esitato ad indicare le SDF come le responsabili dei ritardi nell’implementazione dell’intesa).
Un’occasione in questo senso l’ha offerta anche il calendario, che quest’anno ha fatto affollare diverse ricorrenze nella stessa settimana: la rincorsa verso l’Eid, l’anniversario dello scoppio della “rivoluzione siriana” ne 2011, e il Capodanno curdo, parte delle celebrazioni di lunghissima data, nella regione, chiamate “Nowruz”. Il presidente siriano non ha esitato ad invitare una delegazione curda per un incontro ufficiale, ribadendo il ruolo centrale di questa minoranza all’interno della composita società siriana (una posizione ribadita anche da un decreto presidenziale). In parallelo, l’agenzia di notizie siriana (SANA) raccontava le celebrazioni della festività a Damasco, mostrando immagini festanti e costumi tipici.
A nord però nelle stesse ore venivano abbassate le bandiere siriane per sostituirle con quelle del Kurdistan iracheno, portando a nuovi scontri e sottolineando che le strette di mano ufficiali non stanno davvero contribuendo ad affrontare nel profondo le divisioni di lunga data che si cerca ora di spazzare sotto a un tappeto.

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