Buongiorno sostenitori e sostenitrici di Armadilla! Dopo qualche mese di pausa, torniamo a proporvi qualche aggiornamento da Damasco inaugurando questo Diario dalla nuova Siria, proprio nel momento in cui il paese si ritrova, suo malgrado, nell’occhio di un nuovo ciclone bellico che mette in secondo piano ogni altra considerazione. Buona lettura, nonostante tutto…
Il commento che si sente ripetere in questi giorni a Damasco è sempre lo stesso, anche se puoi leggerlo con varie sfumature e dargli diverse interpretazioni.
“Incredibile: stavolta la Siria è l’unico posto tranquillo della regione”. E ogni tanto si aggiunge anche un “per ora”, di solito sottovoce, per non sfidare troppo la scaramanzia. Non ci si crede, ma non si sa mai.
In questo testo non ci soffermiamo sugli aggiornamenti puntuali riguardo a questa nuova (e vecchissima) guerra: le notizie si susseguono così velocemente da rendere poco utile un riepilogo, che risulterebbe subito arretrato. Nel momento in cui scriviamo stanno proseguendo le ondate reciproche di attacchi tra Israele e Usa da un lato e Iran e Hezbollah dall’altro, con continue segnalazioni di impatti o intercettazioni da entrambi i lati di questo conflitto che prosegue ormai da giorni (o, appunto, da decenni).
Nessuno di questi attacchi è stato diretto alla Siria, ma questo non vuol dire che il paese non subisca le conseguenze dello scontro. Diversi droni o missili sono stati intercettati nel cielo siriano, per provocare danni a terra e purtroppo anche vittime. Quattro persone sono state uccise per la caduta di un missile iraniano a Sweida, nel sud del paese, in un’esplosione che ha provocato anche diversi feriti. Altri impatti sono avvenuti nelle province meridionali, a sud di Damasco, e anche nei pressi della stessa capitale.
Con l’allargamento del conflitto in Libano, visto l’ingresso di truppe israeliane e lo scambio di attacchi scaturito tra le IDF ed Hezbollah, ad essere coinvolto è anche il confine siriano. Al Jazeera segnala il 5 marzo il passaggio di decine di migliaia di persone verso la Siria e indica che il flusso non sembra diminuire. Si tratta sia di persone siriane rifugiate ai tempi della guerra civile sia di cittadini libanesi. Se sommiamo questi numeri alle centinaia di migliaia di sfollamenti forzati all’interno del Libano, siamo già di fronte ad una vasta crisi umanitaria.

Il 5 marzo Israele ha poi portato avanti un’aggressione notturna a Nabi Shit, nel nord del Libano, passando dal confine siriano e facendo sollevare un elicottero dalle alture del Golan, illegalmente occupate ormai da decenni su territorio siriano. Come fa notare Lorenzo Trombetta sulla sua newsletter di Substack, questa possibilità di movimento è una delle conseguenze dello “stravolgimento di potere” avvenuto con il crollo del regime di Assad. Nell’operazione sono state uccise almeno 41 persone.
Non bisogna intanto dimenticare l’occupazione israeliana nel governatorato meridionale di Quneitra, in espansione dalla caduta del regime di Assad e caratterizzata da continue violenze e violazioni ai danni della popolazione locale. Il 4 marzo l’agenzia siriana SANA riportava un raid delle forze israeliane nel governatorato di Dar’a, ancora più ad est. È un segnale dell’intenzione israeliana di ampliare la propria espansione nel paese in un prossimo futuro, approfittando del caos che ha coinvolto la regione?
Con questo interrogativo si entra nel campo delle speculazioni sul futuro, ma questo tipo di domande fanno parte, in qualche modo, anche del presente. Le fazioni più apertamente estremiste della classe politica israeliana mostrano da tempo al pubblico le mappe della Grande Israele, un territorio molto ampio che secondo la loro visione spetterebbe a Tel Aviv. Queste mappe includono anche buona parte del territorio siriano. La guerra in corso potrebbe essere l’occasione, per Israele, per portare avanti almeno in parte quest’ennesima follia colonizzatrice, avanzando anche in Siria? Non c’è nessuna notizia in merito, bisogna specificarlo; ma la questione va tenuta a mente sullo sfondo dello scenario attuale.
Un altro elemento da tenere sott’occhio è la Turchia. Il paese non è attivamente coinvolto nel conflitto, ma avrebbe intercettato un missile iraniano diretto al proprio territorio, senza che questo provocasse danni. La notizia ha però segnalato un possibile allargamento e aggravamento del conflitto, in primo luogo perché parliamo di un paese parte della Nato, ma anche perché da tempo alcuni osservatori guardano allo scontro tra Israele e Turchia (e relativi alleati) come possibile scenario di future guerre e violenze. Dopo qualche ora di silenzio, l’Iran ha negato di aver lanciato ordigni verso il paese e nei giorni successivi ha fatto intendere di non voler colpire Ankara — forse proprio per evitare l’ulteriore escalation – e sembra che per il momento l’episodio non abbia provocato le conseguenze temute. Ma in futuro la porta rimane aperta, soprattutto se l’Iran dovesse uscire sconfitto o almeno fortemente depotenziato da questa guerra, avvicinando forse i tempi per questo ipotetico nuovo conflitto. La Siria, geograficamente e politicamente, si trova proprio nel mezzo.
I damasceni non sembrano proiettare così in avanti le proprie paure, e forse avere ragione: sanno bene che gli scenari possono ribaltarsi, mescolarsi e sorprenderci da un momento all’altro e che ogni previsione può essere resa ridicola in breve tempo. Quando li interpello in merito, mi dicono che non c’è motivo di preoccuparsi, visto che la Siria è fuori dal conflitto e che in ogni caso la guerra finirà presto. Ma viene il dubbio che dietro a queste parole ci sia il tentativo di autoconvincersi, mentre sfogliano ossessivamente le notizie aggiornate e mi mostrano video di esplosioni e confini affollati. Intanto i distributori di benzina vedono lunghe code in attesa e la distribuzione di energia governativa nelle case è nettamente diminuita rispetto alle forniture più generose delle scorse settimane. Oggi, 9 marzo, è comparsa una lunga fila per riempire le bombole del gas.
Ci si guarda intorno con le antenne dritte, in attesa delle prossime mosse.