Diario della Nuova Siria: in cerca di una direzione

Buongiorno sostenitori e sostenitrici di Armadilla! Dopo una pausa estiva, torniamo a raccontarvi le novità dalla Siria, partendo da un evento formalmente epocale per esplorare le violenze e le tensioni che continuano ad agitare il paese.

L’11 agosto 2026 al palazzo di giustizia di Damasco è stata emessa la condanna a morte, in contumacia, per il deposto presidente siriano Bashar al-Assad. Assieme all’ex dittatore, fuggito in Russia nelle ore in cui crollava il regime a fine 2024, hanno ricevuto la stessa condanna il fratello Maher e numerosi ex ufficiali, anch’essi ricercati, assieme ad Atef Najib, ex capo della sicurezza politica nella città siriana di Daraa, unico ad essere attualmente detenuto nel paese.

Il giorno successivo, i siti di informazione riportano festeggiamenti fuori dal tribunale, a Idlib e nelle strade di Daraa, ma in questo caso sembra fossero dirette soprattutto alla condanna di Atef Najib. La notizia, insomma, non sembra aver attraversato il paese con particolare intensità. Questo scarso impatto può forse indicare quanto siano cambiati i tempi, e con loro la Siria, nell’ultimo anno e mezzo. Un simile esito sarà stato sognato (o temuto) per lungo tempo, immaginato come speranza (o minaccia) irrealistica, possibile solo nella sfera dei futuri ipotetici generati da slittamenti epocali. Ma ora che la regione ha subito questi slittamenti, la sensazione è di una condanna ovvia, un finale scontato e, tutto sommato, irrilevante. La Russia non consegnerà l’ex dittatore, tanto più che il nuovo governo si sta allontanando da Mosca, rinunciando al petrolio russo per far cadere le sanzioni occidentali mentre si riduce (ma non si elimina) la presenza militare russa nel paese.

Il verdetto, del tutto prevedibile, suona come una sorta di formalità con la quale si cerca di lasciarsi dietro una pagina della storia siriana nel nome di una giusta transizione, come quella auspicata dall’apposita Commissione nazionale, presente alla lettura delle condanne.

L’attuale pagina della storia siriana è però costellata da tante altre notizie che, messe assieme, pongono un punto di domanda sopra al concetto stesso di transizione: da e verso cosa sta, esattamente, transitando la Siria?

Pochi giorni prima, il 6 agosto, un ordigno ha fatto esplodere un minibus a Jaramana, una cittadina alle porte di Damasco nota per la convivenza di varie confessioni religiose. Inizialmente si è diffusa la notizia di due morti, ma il governo ha poi corretto il conteggio dichiarando quattordici feriti, alcuni gravi, ma senza vittime. La sera stessa sono circolati video impressionanti, in cui persone di passaggio cercavano di estrarre le persone dalle lamiere del veicolo quasi completamente distrutto, mostrando i corpi dilaniati e privi di coscienza. L’attacco è stato rivendicato da un gruppo chiamato “Minbar Ansar al-Rasoul” (“Piattaforma dei sostenitori del Profeta”), pressoché sconosciuto fino ad ora. L’obiettivo non è ancora stato chiarito. Ci si chiede se possa essere una risposta ad una dichiarazione dei residenti a sostegno dello stato, o se si volesse contribuire alla più generale destabilizzazione del paese, mentre tra gli abitanti della cittadina pare diffondersi l’idea che si tratti di un’azione a matrice israeliana. Al di là delle intenzioni, l’attentato potrebbe mettere ad ulteriore prova i rapporti tra il governo e la popolazione drusa, numerosa a Jaramana ma concentrata soprattutto nella regione di Suweida, una delle più complicate del paese al momento.

A fine giugno un rapporto delle Nazioni Unite rilevava gli scarsi progressi nell’integrazione della regione meridionale, teatro di massacri la scorsa estate e tutt’ora attraversata da tensioni e violenze, con episodi piuttosto estremi. Lo scenario è complesso e frammentato, con profonde divisioni anche all’interno della stessa popolazione drusa. Alcune fazioni spingono per la secessione, un’ipotesi sostenuta da Israele, che sta utilizzando la narrazione della solidarietà alla causa drusa per inserirsi nella politica (e nel territorio) della Siria. Le incursioni di Tel Aviv in tutte le regioni meridionali, peraltro, sono quotidiane, con l’imposizione di posti di blocco, arresti e uccisioni di civili, distruzione delle aree agricole, e addirittura la predisposizione di cabine elettorali in vista delle elezioni di quest’autunno. La ripetitività delle azioni serve, probabilmente, a trasformare queste azioni in un rumore di fondo abitudinario, ma è bene ricordare che si tratta di operazioni che avvengono del tutto al di fuori del diritto internazionale. Il 9 agosto un gruppo armato, “Uli al-Bass”, ha dichiarato di aver colpito una caserma israeliana a Daraa. Nel momento in cui si scrive, non ci sono state reazioni da Israele. Intanto il nuovo governo di estrema destra colombiano ha riconosciuto la sovranità israeliana sulle alture del Golan, suscitando indignazione tra i paesi arabi e contrarietà dall’Unione Europea; la Siria ha inviato una lettera di protesta all’ONU.

Le violenze non si sono fermate, quest’estate, nemmeno nel resto del paese. Lo Stato Islamico, ovvero ISIS (al-Dawla al-Islāmiyya), è stato molto attivo: di recente ha rivendicato un attentato che ha gravemente ferito un ufficiale giudiziario nella Damasco rurale, uno di 67 attacchi compiuti nel 2026, secondo il conteggio del Syrian Observatory For Human Rights. Le Internal Security Forces governative hanno poi annunciato di aver sgominato una cellula del gruppo a Sayyidah Zaynab. Non è chiara invece l’origine di un attacco che ha provocato la morte di un soldato a Deir Ezzor.

Fanno poi venire la pelle d’oca i resoconti delle violenze nei confronti di bambini e bambine, vittime di recente di inquietanti omicidi in diverse zone del paese. Colpisce anche l’esito di una disputa tra famiglie sulle riserve d’acqua da dedicare all’irrigazione, sfociata, secondo la stampa, in un bagno di sangue.

Chiudiamo con due episodi particolarmente eclatanti avvenuti nel mese di luglio nella capitale Damasco. Nel secondo giorno del mese un ordigno è esploso in un caffè nei pressi del palazzo di giustizia, uccidendo dieci persone e ferendone molte altre. Pochi giorni dopo, il 7 luglio, in concomitanza alla visita del presidente francese Macron, due esplosioni hanno ferito 18 persone.

Damasco – Palazzo di Giustizia

Pur non essendo un resoconto esaustivo, l’insieme degli episodi ci riporta alla domanda iniziale: in quale direzione sta andando la Siria? Il clima di vendetta che aleggia sul paese non è incoraggiante, ancora più se l’impressione è che certi atti avvengano nell’impunità. Sta cambiando il sistema di potere, o si è soltanto modificata la gerarchia? Uno spunto in questo senso lo troviamo in un’analisi del Syrian Observer, che sottolinea la mancanza, tuttora, di una legge che regoli la vita politica e che garantisca la legittimità dei partiti politici. Dalla caduta del regime di Assad sono già passati 20 mesi.

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