Dall’Iran allo Yemen la crisi siriana ridisegna i fragili equilibri di una regione chiave (di Alberto Stabile)

In Analisi by Armadilla

Il nuovo Medio Oriente. Assad e i suoi alleati mettono alle corde l’Isis

Il nuovo Medio Oriente

Due notizie sono emerse con forza negli ultimi giorni dal bollettino di guerra mediorientale: una è la (presunta) visita segreta in Israele dell’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman, con annesso incontro con il premier Benjamin Netanyahu; l’altra è la (quasi) liberazione di Deir az Zour, la capitale della Siria Orientale, strappata ai miliziani dell’Isis delle Forze Armate Siriane dopo tre anni di assedio. Le due notizie sono evidentemente correlate.
La riconquista di Deir az Zour, l’ex avamposto sulle rotte verso l’Asia fondato alla metà dell’Ottocento dall’Impero Ottomano e diventato, oggi, il presidio della regione petrolifera siriana, rappresenta per il regime di Bashar el Assad un’ importante vittoria sui suoi nemici interni ed esteri. Con Deir az Zour, Assad torna ad estendere il suo controllo sulla parte più ricca e popolosa del Paese, la Siria delle grandi città, industrializzata ed economicamente evoluta. Per completare l’impresa manca soltanto Idlib, trasformata nell’ultima trincea delle formazioni ribelli in rotta.
Ma la capitale della Siria Orientale non è strategicamente importante soltanto per la sua prossimità ai campi di petrolio e di gas. Deir az Zour è l’avamposto del regime a guardia della frontiera con l’Iraq e di quella via naturale di comunicazione e di traffici (nonché essa stesso linea di confine con la Turchia) rappresentata dall’Eufrate. Infine, la guerra ha reso Deir az Zour fondamentale per un altro motivo: l’asse che collega Teheran a Damasco, via Bagdad passa da qui.
Di contro la riconquista di Dei az Zour segna una pesante sconfitta per lo Stato Islamico e per l’insieme delle forze jihadiste ribelli. Ma lungi dal ricompattare le parti che si sono dichiarate in guerra contro il terrorismo jihadista, la crisi siriana continua a dividere. Il ruolo assunto dalla Russia, di puntello del regime di Damasco e di pilastro dell’alleanza militare Siria-Hezbollah-Iran, risulta agli Stati Uniti difficile da digerire, almeno sul campo di battaglia, dove, secondo le più recenti direttive di Trump, i generali americani hanno l’ultima parola.
E così Deir az Zour non può dirsi pienamente liberata perché l’esercito siriano e le milizie alleate (Hezbollah, guardiani della Rivoluzione iraniani e analoghe formazioni sciite irachene) subiscono la pressione delle Sdf (Syrian Democratic Forces), l’alleanza militare creata da Washington e appoggiata dalle truppe speciali americane, formata dai curdi delle Unità di autodifesa popolare, Ypg, che hanno maturato una notevole esperienza di combattimento contro gli jihadisti dai tempi di Kobane, e gruppi di cosiddetti ribelli “moderati” appartenenti al redivivo Fsa (Free Syrian Army) o Libero Esercito Siriano, composto da disertori dell’Esercito di Damasco scrutinati dalla Cia. Ieri l’ultimo incidente alle porte di Deir Az Zour, con le Sdf che accusano i Russi di avere bombardato le loro linee, causando sei feriti.
Detto questo, gli Stati Uniti non sembrano disposti a mettere in campo una strategia che preveda un loro più ampio coinvolgimento in Siria. Trump sembra averne abbastanza della crisi attuale con la Corea del Nord.
Parallelamente anche altri giocatori esterni, come la Francia e l’Inghilterra, dopo aver alimentato l’incendio siriano sembrano adesso pronte soltanto ad influenzare a proprio vantaggio gli effetti di un’ipotetica pace.
Stando così le cose, a far rullare i tamburi di guerra a scopo non soltanto dimostrativo, contro il ruolo preminente assunto dall’Iran nella crisi siriana restano Israele e Arabia Saudita, formalmente nemici dal 1948, ma legati, a suo tempo, dall’avversione contro la strategia dell’ex presidente Usa Barack Obama sul Medio Oriente, considerato troppo attendista e irresponsabile, specialmente nel favorire il negoziato con Teheran sul nucleare, invece che bombardare gli impianti.
L’incontro, ancorché non provato, ma celebratissimo dai giornali israeliani, può esserci stato. Le acque del Mar Rosso, tra Aqaba e Eilat, potrebbero aver fornito la cornice dello storico meeting, la cui vera utilità, se mai ha avuto luogo, è consistita nel fatto di essere avvenuto.
Per l’ambizioso principe saudita, in procinto di ricevere lo scettro dalle mani malferme del padre, re Salman, un altro anello da aggiungere alla catena di passi falsi compiuti in politica estera, come l’aver finanziato la rivolta contro Assad nella speranza di vederlo cadere, l’aver scatenato la guerra contro le tribù Houthi dello Yemen, guerra che ha provocato 15mila morti e la più grave epidemia di colera che si sia vista da anni in quelle zone, e l’aver deciso, d’accordo con Egitto, Bahrain e Emirati Arabi il boicottaggio internazionale imposto al vicino Qatar, accusato di appoggiare il terrorismo, il che detto dal governante di un paese che ha dato i natali a 18 su 21 attentatori dell’ “11 Settembre”, oltre a una serie di complicità a vari livelli, è tutto dire. Ma in entrambi i casi, Yemen e Qatar, il vero obbiettivo del giovane principe era ed è l’Iran. Adesso la diplomazia segreta con Netanyahu cui lo unisce la stessa avversione verso Teheran, avversione accentuata dall’esito dall’andamento della guerra in Siria.
Pochi hanno notato che all’indomani del presunto incontro, gli aerei israeliani sono andati a bombardare un centro di ricerche militari siriano vicino alla città di Hama.    ( Repubblica 18.9.2017)