Pace in Siria, il Memorandum di Astana

In Siria e Libano News by Armadilla

Siria, le prospettive dopo l’accordo di Astana

Astana è la capitale del  Kazakistan. In questa citta si sono riuniti il 4 e 5 maggio 2017 i rappresentanti diplomatici   del Governo siriano di Bashar al Assad,  i rappresentanti di alcune delle fazioni armate che lo combattono (e ciò rappresenta un successo non indifferente, visto che tale partecipazione era stata in forse sino all’ultimo momento) e i diplomatici di tre importanti potenze “garanti” del processo di mediazione: Russia, Turchia e Iran e , in qualità di “osservatori” di Staffan de Mistura (inviato speciale dell’ONU per la Siria), Stuart Jones (Acting U.S. Assistant Secretary of State for Near Eastern Affairs) e Nauaf Oufi Tel (in rappresentanza del Ministro degli Esteri della Giordania).

La rilevanza di questo incontro va oltre la questione che riguarda la martoriata Siria. Si potrebbe trattare, dopo esattamente un secolo, dell’avvio di una revisione del “Asia Minor Agreement” (Accordo raggiunto nel 1916 fra l’Inghilterra, rappresentata da M. Sykes (1879-1918), e la Francia, rappresentata da F. Georges-Picot (1870-1951), con l’assenso della Russia zarista, per decidere le rispettive sfere d’influenza e di controllo in Medio Oriente, dopo il crollo ritenuto imminente dell’impero ottomano).

Le Nazioni Unite e la Lega Araba hanno dichiarato che il bilancio delle vittime di quello che queste due Organizzazioni hanno definito “il conflitto più mortale del XXI secolo” sarebbe ormai di ben 400.000 morti e di 18 milioni di sfollati e ancora non si vedono spiragli per un accordo di cessazione del conflitto armato.

L’incontro di Astana, forse, potrebbe avviare una prospettiva nuova di accordo. Nonostante visibili segni di insofferenza da parte delle fazioni anti-Assad, è stato firmato dalle tre potenze garanti un “memorandum” che prevede, a partire dal 6 maggio 2017, la creazione di quattro “de-escalation zones” dove devono cessare i combattimenti tra forze governative ed anti-governative. I tre “garanti” si sono dati tempo fino al 4 giugno per stabilire i confini effettivi di tali “de-escalation zones”, mentre i particolari su chi di fatto supervisionerà il cessate il fuoco e la distribuzione di aiuti umanitari non sembrano ancora chiari.

Le potenze “garanti” presenti ad Astana vedono in questo accordo una rispondenza ai loro interessi :

La Russia, ha saputo ritagliarsi il ruolo di sia di negoziatore sia “gendarme internazionale ” in relazione alla Siria. Ruolo che potrebbe espandersi ad altre aree della regione. La crisi irachena vede il coinvolgimento delle stesse potenze regionali (Iran e Turchia) e di entità statuali o meno presenti ana (Giordania, confinante con entrambi, Curdi, presenti in entrambi i paesi, conflittualità sciiti-sunniti, ecc). Inoltre, sembra ormai sicuro un consolidamento navale russo nella parte occidentale del Mediterraneo, garantito dal riacquisito controllo sulla Siria (riacquisito, perché prima degli anni novanta del secolo scorso la presenza militare sovietica in Siria era un dato di fatto). Probabilmente la Russia si aspetta anche qualche “dividendo” dei suoi accordi con Turchia e Iran in relazione al contrasto della turbolenza che pervade le comunità islamiche della CSI.

L’Iran viene di fatto “sdoganato” (nonostante la contrarietà degli USA)  quale elemento di stabilizzazione nella regione. Inoltre, l’Iran si afferma sempre di più come paladino delle comunità islamiche scite o comunque non sunnite, ovunque si trovino.

La Turchia ha ottenuto un successo politico non indifferente, che le consente di fare la voce grossa nei confronti dei Curdi (verso Est) e di ritagliarsi un ruolo totalmente autonomo e sicuramente di forza nei confronti di UE e NATO (verso ovest). Inoltre, la creazione di una vasta “de-escalation zone” intorno ad Idlib (area confinante con la Turchia) potrebbe consentire un forzato rientro di profughi siriani in quell’area e, forse, essere la premessa per la “generosa offerta” di un consistente “aiuto” turco nella gestione della sicurezza e dell’assistenza umanitaria all’interno dell’area.

Da Astana sembra uscita bene anche la Giordania, sia per la visibilità garantita dalla presenza (anche se solo con lo status di osservatore) sia per la possibilità di un forzato rientro di profughi nella “de-escalation zone” di Deraa (area confinante con la Giordania)

Anche Assad vede con questo ’accordo la possibilità di rimanere alla presidenza della Siria per il prossimo periodo e gestire il processo di pacificazione.

Il “memorandum” di Astana stabilisce una tregua di sei mesi a partire dal 6 maggio, rinnovabile nel tempo. Inoltre vieta all’aeronautica governativa di sorvolare le “de-escalation zones”.

La Russia ha chiarito, comunque, che le operazioni militari contro ISIS e al-Nusra continueranno anche all’interno di queste zone e ha sottolineato che le ostilità dovranno cessare  tra le parti presenti ad Astana. Il governo siriano nell’impegnarsi a rispettare i termini del memorandum, ha confermato, però, il proprio intendimento di combattere il terrorismo ovunque si nasconda.

Dovranno essere realizzate le condizioni per garantire l’assistenza sanitaria alla popolazione e il ripristino delle infrastrutture del rifornimento idrico e di altre forniture vitali. All’interno delle zone individuate, sotto la supervisione del governo siriano, dovrà essere fornita assistenza umanitaria a tutta la popolazione senza distinzioni.

Insomma, vi sono in ciò che è stato reso noto dei punti che appaiono poco chiari e forse contraddittori. Che la finalità fosse di creare delle “safe areas” umanitarie o gettare le basi per una ripartizione etnica del paese è presto per dirlo (verosimilmente entrambe le finalità). Le quattro aree individuate, lungo un immaginario asse meridiano che va dal confine con la Turchia (nel nord) a quello con la Giordania (nel sud)  sono:

  1. La zona 1 (la più vasta) comprendente la provincia di Idlib (sede per un certo periodo dell’autoproclamato governo interinale del’opposizione anti-Assad, dove sarebbero presenti forze anti-governative islamiste di Hayat al Tahir al-sham) e alcuni territori circostanti. Si tratterebbe di un’ampia zona in prossimità e confinante con la Turchia.
  2. La zona 2 (di estensione limitata) a nord di Homs (Rastan e Talbiseh).
  3. La zona 3 in prossimità di Damasco (Ghouta orientale, area ad est della capitale, teatro di importanti scontri tra i governativi ed i ribelli soprattutto nel periodo aprile –maggio 2016 ). In tale area sembrano essere presenti forze anti-governative filo-saudite di Jaysh al-Islam.
  4. La zona 4 ingloba alcune aree di confine nel sud della Siria, in particolare Deraa (città sul confine con la Giordania, il cui sanguinoso assedio da parte dei governativi nel 2011 fu sicuramente elemento di escalation nella rivolta anti-Assad) e Quneitra (la “città fantasma” sul Golan, di cui dal ’73 israeliani e siriani si rimpallano la responsabilità della distruzione). In tali aree sembrano essere presenti forze anti-governative definite “moderate”.

Sicuramente, nonostante la presenza di aspetti tutt’ora poco chiari, non si deve sottovalutare l’importanza sul campo del presente accordo. Era difficile prevedere un percorso verso la soluzione di una crisi che dura da sei anni, ma le cui radici covavano sotto la dittatura da quasi mezzo secolo.  L’istituzione delle zone de-escalation potrebbe rappresentare un primo timido passo verso una normalizzazione.

Naturalmente, il prosieguo è pieno di incognite e abbiamo visto fin troppe volte come accordi come questo non sopravvivano più di qualche giorno. Comunque, i negoziati dovranno continuare sia ad Astana (il quinto incontro è previsto per luglio) sia , soprattutto,  a Ginevra, coordinato dalle Nazioni Unite.