Siria : Accordo ad Astana per il cessate il fuoco – di Khaled Kaadan

In Siria e Libano News by Armadilla

http://www.africamedioriente.com/2017/05/07/accordo-ad-astana-per-il-cessate-il-fuoco-in-siria/

La Russia, la Turchia e l’Iran hanno firmato un accordo per la definizione di 4 de-escalating zones in Siria

Dalla mezzanotte del 5 maggio è entrato in vigore l’accordo sottoscritto ad Astana dalla Russia, l’Iran e la Turchia per la creazione delle zone di de-escalation in Siria, cui hanno aderito – come osservatrici – solo alcune delle fazioni coinvolte nella guerra civile che si protrae nel paese da ormai sei anni.

È certamente un accordo fragile quello firmato ad Astana, sul filo di un equilibrio che potrebbe venir meno in qualsiasi momento, ma che rappresenta nonostante tutto pur sempre la migliore soluzione possibile per cercare di ripristinare condizioni di stabilità in un paese martoriato.

L’accordo di Astana

La natura dell’accordo siglato in Kazakhstan è primariamente politica ed umanitaria, al fine di consentire l’ingresso degli aiuti umanitari, ristabilire condizioni di stabilità e sicurezza entro le quali permettere alla popolazione civile di riprendere le proprie attività, cercando quanto più possibile di favorire la ripresa dell’economia e delle attività sociali sospese da tempo.

L’accordo ha durata semestrale, e prevede in ogni caso la continuazione dello sforzo militare da parte dei firmatari contro le milizie dello Stato Islamico e quelle qaediste di Tahrir al-Sham (la nuova denominazione di Jabhat al Nusra). La continuazione delle operazioni contro le formazioni jihadiste potrà continuare anche all’interno delle zone di de-escalation, sollevando questo punto non poche perplessità connesse al rischio di nuovi scontri tra le diverse fazioni.

La firma dell’accordo è arrivata al termine di un negoziato particolarmente teso, dove un non trascurabile numero di esponenti dell’opposizione ha lasciato il tavolo delle trattative quando è stata loro negata la possibilità di escludere dal negoziato gli iraniani e, al tempo stesso, di ottenere il ritiro delle forze militari siriane dai territori occupati dopo il 30 dicembre dello scorso anno.

Nonostante le tensioni, tuttavia, l’accordo è stato raggiunto e, come ha spiegato alla stampa il ministro degli Esteri turco, le zone cuscinetto saranno quattro. La più larga è quella che dovrebbe interessare l’intera area di Idlib e parte delle province di Latakia, Aleppo e Hama. La seconda è quella della zona di Homs, la terza quella di Daraa e Quneitra, e la quarta quella di Damasco, con particolare riferimento all’area periferica di Ghouta.

L’accordo prevede l’immediata cessazione delle ostilità, l’afflusso degli aiuti medici ed umanitari e il progressivo rientro dei profughi nelle aree di residenza, sebbene non sia chiaro chi sarà incaricato di verificare il cessate il fuoco e la successiva fase di ripopolamento delle aree pacificate.

Gli Stati Uniti hanno fatto sapere di apprezzare l’accordo e di ritenerlo un elemento significativo per la pacificazione della Siria, sebbene sollevando perplessità per la presenza e per il ruolo dell’Iran tra i paesi garanti dell’accordo.

A margine dell’accordo di Astana, gli Stati Uniti e la Russia avrebbero anche deciso di ristabilire il pieno funzionamento del memorandum per la prevenzione degli incidenti aerei in Siria, sospeso dopo il bombardamento statunitense dell’aeroporto da cui Washington sospetta sia stato scatenato il discusso attacco chimico del mese scorso.

Si è dichiarato “incoraggiato” dalla notizia dell’accordo il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che lo ha definito come un potenziale elemento di interesse per la salvaguardia dell’incolumità della popolazione siriana, e su cui adesso sarà necessario monitorare la tenuta.

I nodi da sciogliere

Il primo elemento di perplessità relativo all’accordo di Astana è connesso alla natura dei firmatari. La firma sul documento che stabilisce il cessate il fuoco e la creazione di quattro aree di de-escalation è infatti solo quella delle tre nazioni che hanno proposto ed organizzato il vertice, Russia, Turchia e Iran, mentre le controparti locali dell’opposizione hanno di fatto solo potuto assistere alla discussione e prendere atto della decisione.

Nessuna firma è stata poi apposta dal governo siriano, che di fatto è al centro dell’accordo con cui i tre garanti si impegnano per la definizione del cessate il fuoco. Il ministro degli esteri siriano ha parlato di sostegno al piano russo nei giorni scorsi, ma nessun rappresentante di Bashar al-Asad ha controfirmato l’accordo proposto dai garanti.

Un limite di non poco conto, che, se da un lato riesce in ogni caso a concedere uno spazio di manovra per l’ingresso degli aiuti umanitari, dall’altro lascia del tutto irrisolta – e quasi inascoltata – la questione relativa alle molte perplessità ed aperte contrarietà delle controparti del conflitto siriano.

Molte delle componenti del variegato insieme dell’opposizione siriana hanno lasciato l’aula del negoziato prima ancora della firma degli accordi, lasciando intendere che non intendono rispettarne le conclusioni, ed aprendo quindi un nuovo quanto inquietante scenario, nell’ambito del quale generare una nuova e diversa conflittualità all’interno delle stesse forze d’opposizione.

L’accordo di Astana è stato reso possibile dal precedente summit tra la Russia e la Turchia a Soci, il 3 maggio, dove Putin ed Erdogan hanno di fatto stabilito una partizione della Siria in tre aree di influenza militare, con gli USA a nord-est nella provincia di Hasaka, la Turchia nel nord-ovest, la Russia ad Ovest. Su tutte queste aree dovrebbe essere istituita una no-fly-zone, soggetta tuttavia al rispetto degli accordi da parte delle formazioni di opposizione.

Non è tuttavia ben chiaro cosa accadrà nelle regioni centrali e meridionali, dove l’Iran e l’Hezbollah libanese potrebbero essere richieste dalla stessa Siria di stabilire un loro presidio di controllo, al fine soprattutto di contrastare la Turchia.

Altrettanto incerto è il ruolo delle milizie curde della Siria, e del loro ormai imminente coinvolgimento in quella che sarà la battaglia finale per la riconquista di Raqqa. Per Erdogan, le milizie dell’YPG sono da considerarsi alla stregua delle altre formazioni jihadiste presenti sul territorio, e la loro partecipazione alle operazioni di terra contro lo Stato Islamico comporterebbe l’apertura di una pericolosa crisi politica e militare di cui ancora è difficile tracciare i possibili contorni.

Un problema da risolvere, per la Russia, che tuttavia ritiene di secondaria importanza rispetto all’accordo di Astana e di possibile soluzione negoziale.

Altra questione da comprendere è quella del ruolo degli Stati Uniti, che la Russia e la Turchia hanno sempre cercato di includere – senza successo – negli incontri di Astana. Se da una parte la soluzione del 4 maggio scorso potrebbe incontrare il favore di Trump offrendo una soluzione per limitare ulteriormente l’esposizione americana in Siria, dall’altra il peso dell’Iran e il suo futuro ruolo rappresentano perplessità che la Casa Bianca non sembra avere intenzione di sottovalutare, lasciando di fatto aperti molteplici possibili scenari.