Politiche sociali : appalti e accreditamento. Un convegno di studi a Sassari

In progetti in partnership by Vincenzo Pira

CONVEGNO NAZIONALE “EFFETTI D’UN SOGNO INTERROTTO”

MOZIONE FINALE

Al convegno nazionale “Effetti d’un sogno interrotto” che si è tenuto il 15 aprile presso l’Università degli studi di Sassari, promosso e organizzato dal Consorzio Parsifal in collaborazione con il laboratorio Foist ed il patrocinio della Regione Autonoma della Sardegna ed il Comune di Sassari, hanno partecipato 180 persone.

Rappresentanti, dirigenti ed operatori sociali di enti locali, aziende sanitarie, sindacati e associazioni datoriali, cooperative sociali, associazioni, onlus, organismi del volontariato e del terzo settore in genere, studenti.

Insieme abbiamo studiato, dibattuto, ascoltato. Ci siamo confrontati su un tema che consideriamo cruciale e molto attuale nell’ambito dell’organizzazione ed erogazione dei servizi di welfare, quello dell’accreditamento dei servizi sociali. Partendo da una considerazione.

Quindici anni dopo la 328, il welfare italiano si presenta come un sistema in crisi.

Leggi carenti, competenze confuse, programmazioni tardive, fondi ridotti all’osso. E scandali sulla loro gestione. Per risollevarci, ci siamo detti, dobbiamo dare centralità alle persone e ai loro bisogni. Consapevoli che nel percorso non mancano rischi ed insidie.

Le cooperative sociali, selezionate attraverso l’accreditamento, possono essere una parte della soluzione?

La risposta, condivisa dai partecipanti al convegno, è sì.

A precise condizioni, raccolte nella presente mozione.

Mozione offriamo alla discussione sociale, culturale, giuridica e politica, affinché possa stimolare il dialogo tra i cittadini, singoli ed associati, le organizzazioni civili ed economiche, i corpi intermedi, le istituzioni.

Usare l’accreditamento come un mero strumento, dove funziona.

Verso gli strumenti, è sbagliato nutrire affezioni o idiosincrasie. L’accreditamento è un sistema di acquisizione dei servizi, di per sé né giusto né sbagliato. Non è la soluzione adatta a risolvere ogni problema, né è l’origine di tutti i problemi. E’, semplicemente, uno strumento tra tanti.

Va studiato, approfondito, valutato e misurato in relazione agli obiettivi che ci poniamo di perseguire in questo momento storico, alle caratteristiche dei servizi che ne sono oggetto, ai contesti nei quali i servizi sono ideati e realizzati, alle specificità dei potenziali fruitori e dei beneficiari.

Il convegno di oggi ha avuto per scopo quello di fornire, ad una platea di persone esperte, ulteriori spunti di riflessione e di studio. Di cercare di dotarci di uno stesso linguaggio, pur avendo avuto – e perciò venendo da – esperienze diverse e punti di vista distanti, qualche volta persino contrastanti.

Di comunicare, che significa essenzialmente: “costruire significati comuni”.

Nel 1950, in Segni, numeri e lettere, lo scrittore Raymond Queneau, per far capire quanto il linguaggio condiziona il pensiero, prese ad esempio la storia di un imperatore cinese che cambiò i costumi del suo popolo modificandone la lingua. «Ecco una cosa – scrisse – che non mi sembra affatto impossibile. C’è una forza nel linguaggio, ma bisogna sapere dove applicarla; ci sono diversi tipi di leve, e non si solleva un blocco di pietra con uno schiaccianoci».

Dunque gli strumenti, specie gli strumenti di lavoro, come l’accreditamento, devono essere usati con sapienza artigiana. Cioè con «la capacità – per dirla usando le parole di Richard Sennett – di unire al lavoro delle mani quello della testa».

Solo così potremo realizzare servizi fatti a regola d’arte.

Riconoscere alla valutazione della qualità di un sistema (o di un servizio) la stessa importanza attribuita alla progettazione.

Valutare i servizi sociali in accreditamento è possibile se, preventivamente, viene ideato un modello che sia il frutto di un lavoro comune di tutti i portatori di interesse, ai quali va chiesto di partecipare in forma attiva e corresponsabile. La realizzazione del modello ideato dovrà essere compresa in un’ottica di trasparente programmazione.

Durante i lavori, si è da più parti sottolineata l’importanza che la valutazione sia in funzione della qualità resa ai cittadini/utenti e che sia data priorità assoluta al soddisfacimento dei loro bisogni. Bisogna puntare a definire chiari indicatori quantitativi e qualitativi che esplorino tutte le dimensioni della qualità. La loro rilevazione costante permetterà di individuare i punti di debolezza e potrà metterci in condizione di apportare le dovute correzioni. La condivisione partecipata dei vari momenti di valutazione permetterà di dotarci di un vero sistema di accountability, non unidirezionale ma reciproco, in modo da superare l’attuale contraddizione, non infrequente nei servizi sociali, tra il mandato professionale (gli obiettivi che la legge chiede agli operatori sociali di perseguire) e il mandato organizzativo e politico (quello che l’organizzazione e l’istituzione chiedono di fare nella realtà). Soltanto in questo modo potremo superare i limiti della logica burocratica, interessata unicamente all’esecuzione dell’adempimento.

 Garantire l’effettivo esercizio del diritto di scelta da parte degli utenti.

L’effettivo esercizio della libertà di scelta del cittadino, che trova il suo fondamento sin dal dettato costituzionale, può essere condizionato sia dai vincoli di fragilità sociale dell’utente che dalla situazione culturale, storica e sociale di un determinato territorio. Affinché la centralità del cittadino sia davvero realizzata, la libera scelta va tutelata attraverso un processo di accompagnamento e reale presa in carico.

La riduzione dell’asimmetria informativa rappresenta il primo vero prerequisito.

Bisogna perciò ripartire dalle carte di servizio, che oggi spesso non sono utili allo scopo per cui, fin dal 1994, l’ordinamento normativo italiano le ha introdotte: quello di individuare i livelli qualitativi ottimali dei servizi pubblici che s’intendono garantire. Dovevano essere uno strumento di comunicazione che serviva ad implementare la qualità dei servizi, anche attraverso una maggiore informazione e partecipazione attiva degli utenti. Il fatto che si siano trasformate in depliant pubblicitari aumenta il rischio di una deriva verso un welfare meramente prestazionale. La loro leggibilità, chiarezza, diffusione, efficacia, deve essere, essa stessa, oggetto di monitoraggio e valutazione. Soprattutto va sciolto un equivoco: le carte di servizio non sono tali se non definiscono con precisione gli standard promessi e se non danno conto delle procedure di gestione dei reclami.

E’ inoltre necessario che gli ambiti si dotino di figure di garanzia come i case manager, il cui mandato, anche in termini di rendicontazione, sia orientato prioritariamente verso gli utenti.

Infine, a garanzia del soggetti più vulnerabili, sarà importante valersi della collaborazione delle associazioni di rappresentanza degli utenti dei servizi sociali, che hanno come esclusiva mission il mutuo-aiuto e l’advocacy.

 Definire le caratteristiche della concorrenza leale in un sistema di quasi mercato.

In un sistema di mercato, sono solo le leggi cogenti a definire il limite tra cosa che è consentito e cosa non lo è. Ma i servizi sociali non possono essere compresi in un sistema di mercato puro. Il loro oggetto è un bene relazionale, non un bene di consumo. La relazione non può essere trattata alla stregua di una merce.

Per questo motivo si usa l’espressione “quasi mercato”. Un mercato che deve essere strettamente regolato e ben controllato, in considerazione del fatto che il valore da coltivare è riconosciuto nella persona beneficiaria del servizio, non nel servizio che le si offre.

Nell’ambito del quasi mercato in cui agisce un sistema di accreditamento, è auspicabile che i concorrenti – quasi sempre cooperative sociali – adottino uno stesso codice che regoli in modo reciproco le loro condotte. I beneficiari delle prestazioni sociali, quasi sempre in condizioni di fragilità, devono essere estremamente tutelati dal rischio di essere oggetto di un marketing pressante, manipolatorio o ingannevole, e le cooperative sociali devono essere attente a non confondere la presa in carico di una persona con un prodotto da vendere.

 Realizzare un modello sardo di accreditamento dei servizi sociali.

A partire dalla descrizione tipica dei due sistemi di accreditamento più maturi, quello della Lombardia e quello dell’Emilia Romagna, abbiamo riconosciuto nei sistemi esaminati realizzati a livello locale, soprattutto nel Sassarese, caratteristiche tali da considerarli ibridi. Alcuni Plus hanno adottato, verso il terzo settore, un metodo concertativo, altri più direttivo. Alcuni ambiti hanno avocato a sé la maggior parte delle funzioni, in un approccio programmatorio e di controllo marcatamente centralizzato, altri hanno responsabilizzato i singoli comuni. In alcuni casi si è saputo riconoscere le peculiarità che la legge 328 attribuisce ai titoli di servizio, in altri ci si è spinti verso una decisa, forse eccessiva, “voucherizzazione”.

Crediamo che occorra dedicare del tempo e delle risorse ulteriori all’analisi del contesto territoriale dei 25 Plus sardi, concentrando l’attenzione alle diverse sperimentazioni dell’accreditamento attivate ormai da molti anni. Bisognerà subito dopo attivare un tavolo, il più possibile partecipato, nel quale occorrerà che la Regione autonoma della Sardegna assuma la funzione di direzione e di regia che le è propria, in modo da completare la definizione di un sistema di accreditamento che renda effettivo l’accesso ai servizi essenziali a tutti i cittadini sardi. Irrinunciabile è che i diritti dei beneficiari dei servizi sociali non restino soltanto sulla carta. Trasparenza, uguaglianza, imparzialità, , efficienza ed efficacia devono essere concretamente realizzati nell’agire quotidiano.

L’accreditamento è, soprattutto, un’opportunità.

Dovremmo smettere di chiederci se l’accreditamento sia più o meno adatto a regolare questo o quel servizio e cogliere l’occasione offerta da questa regolamentazione ancora innovativa, perché negoziata e non selettiva, per intraprendere un percorso di vera partecipazione e di co-progettazione tra enti pubblici, privato sociale e cittadini/utenti.

Se provassimo ad innescare processi di valorizzazione di tutte le parti coinvolte, porremmo le radici di una diffusa cultura della qualità e supereremmo approcci ideologici o settoriali che ci non porteranno lontano.

Solo partecipando, concertando e offrendo ascolto attivo a tutte le parti in gioco, riusciremo per contro a far ripartire il sogno di una società capace di includere ed in cui le diversità possono convivere con reciproco vantaggio.

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