Appello per la pace in Siria

In Senza categoria by Armadilla

siria_appelloGli operatori di Armadilla, sebbene in condizioni molto difficili, continuano a promuovere  azioni di cooperazione internazionale, collaborando con le organizzazioni locali siriane per  rispondere ai bisogni prioritari delle comunità locali.

Armadilla collabora attualmente con l’Ufficio di Coordinamento delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, OCHA,  per la realizzazione di un programma di assistenza umanitaria nell’area di Damasco, che prevede aiuti alimentari e interventi di protezione dell’infanzia per circa 600 famiglie colpite drammaticamente dalle conseguenze del conflitto. Questa attività di emergenza ha visto anche il supporto della Tavola Valdese (Progetto Otto per Mille).

Inoltre, continua il suo lavoro con il progetto dell’Unione Europea sempre, nell’area di Damasco dove aumenta il numero delle famiglie che, costrette ad abbandonare le loro case e cercando di sfuggire alla violenza del conflitto, cercando rifugio nei dintorni della capitale. Qui Armadilla gestisce insieme all’Associazione locale ZAM (Zahret al Mada’en) un centro sociale, che in questi ultimi mesi è diventato un punto di riferimento fondamentale per le famiglie che lì trovano sostegno e protezione.

Oltre centomila morti, milioni di persone sfollate, milioni rifugiati nei paesi, una situazione di paura generalizzata e distruzione, non solo materiale ma anche psicologica che  ostacola la possibilità di costruire processi di pace e l’indispensabile impegno di tutti per ricreare le condizioni in cui si rispetti la dignità umana e le armi cedano il posto al dialogo e alla pacificazione.

Nel Medio Oriente e nel Mediterraneo è in atto un confronto sull’ egemonia globale da parte delle potenze regionali e mondiali:  la Siria diventa il teatro in cui si ritrovano tutte le lacerazioni della regioni. Assad è difeso dall’ Iran e da Hezbollah in Libano e dalla Russia e dalla Cina che pongono il veto nel Consiglio di Sicurezza ad interventi sotto l’ègida dell’ONU. I gruppi di opposizione hanno l’appoggio delle monarchie Sunnite del Golfo, che permettono l’azione anche a gruppi fondamentalisti legati ad Al Qaeda  nelle file di coloro che si ribellano al governo siriano. La Siria, infine, è confinante con Israele, con cui da anni va avanti un conflitto a bassa intensità per il controllo delle terre del Golan. Consideriamo inoltre anche l’interesse egemone della Turchia nella regione interessata al conflitto.

Situazione difficile ovunque che rischia di peggiorare ulteriormente con interventi militari esterni che prevedono bombardamenti che non risolveranno nessun problema ma saranno utilizzati unicamente per aumentare il proprio potere nella regione.
La motivazione data per tale intervento è  l’utilizzo di armi chimiche da parte dei militari fedeli al presidente Bashar al Assad. Esperti delle Nazioni Unite hanno analizzato la situazione e tra qualche giorno diffonderanno i risultati di tali verifiche.

Carla Del Ponte, membro della Commissione Onu che indaga sui crimini di guerra in Siria, giorni fa ha dichiarato : “Abbiamo potuto raccogliere alcune testimonianze sull’utilizzo di armi chimiche, e in particolare di gas nervino, ma non da parte delle autorità governative, bensì da parte degli oppositori e dei resistenti. Per il momento noi abbiamo solo elementi sull’uso di armi chimiche da parte dagli oppositori.”  Dato rafforzato dalla polizia turca che nello scorso mese di maggio ha trovato un deposito di armi chimiche detenuto dal fonte di opposizione  Al Nusra.
In questa come in  tante altre occasioni a prevalere nella logica delle potenze internazionali è, non la ricerca oggettiva della verità, ma la propaganda per giustificare l’appoggio ai propri alleati politici del momento.

È già successo durante la guerra Iraq-Iran. Il 16 marzo 1988 nella città di Halabaja – città di circa 70mila abitanti situata nel Kurdistan iracheno, a 240 km a nordest di Baghdad  – il regime iracheno, guidato all’epoca dal dittatore Saddam Hussein, compì un orrendo massacro. Per diverse ore l’aviazione dell’Iraq bombardò le zone residenziali della città con un composto chimico letale – un miscuglio di iprite, acido cianidrico e gas neurotossici.

In quell’attacco persero la vita almeno dodici mila persone, mentre i sopravvissuti dovettero lottare anche a distanza di anni contro diverse malattie e disturbi fisici. Nonostante oggi quest’episodio viene da tutti riconosciuto come un crimine contro l’umanità, all’epoca la comunità internazionale non mosse un dito contro l’Iraq – allora alleato degli Stati Uniti -, dimenticandosi di applicare le sanzioni previste dal capitolo 7 della Carta Onu, lo stesso usato dal governo britannico per ricevere dal Consiglio di sicurezza l’autorizzazione per intervenire in Siria. L’agenzia di intelligence statunitense cambiò poi radicalmente versione qualche anno più tardi e citò spesso il caso Halabja per dimostrare il possesso di armi chimiche da parte del regime di Hussain e giustificare l’intervento militare.  Le ragioni e gli interessi di parte prevalgono sulla verità e sul rispetto della legislazione internazionale.

Per quale ragione quindi si richiede di intervenire militarmente in Siria (nonostante non siano state ancora mostrate prove certe) e senza attendere i risultati della commissione delle Nazioni Unite?  Perché non attendere la prossima riunione del G20  che si terrà a San Pietroburgo nei prossimi giorni e tentare una mediazione politico – diplomatica che porti ad evitare i bombardamenti e l’aumento delle vittime ?

La guerra alimenta ed esaspera la violenza e i fondamentalismi di ogni tipo.  In questi difficili momenti per la comunità internazionale condividiamo gli appelli che da diverse parti vengono fatti affinché  si eviti un ulteriore intervento militare che  non servirà a pacificare la Siria e il Medio Oriente e si privilegi il dialogo politico tra le parti.

Il popolo e il governo italiano si oppongano alla scelta della guerra e si attivino nell’ambito dell’Unione Europea, nel G20 e nelle Nazioni Unite per privilegiare una strategia di prevenzione dei conflitti e per il rispetto dei diritti umani, l’unica vera via per costruire la pace in Siria e nel mondo.