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Cooperazione internazionale dell’Italia : prospettive future

La Commissione europea ha invitato gli Stati membri a continuare ad aumentare i rispettivi bilanci per gli aiuti pubblici allo sviluppo (APS) e ad oltrepassare gli impegni assunti a Monterrey. Essa propone di stabilire per il rapporto APS/PNL un nuovo obiettivo individuale minimo dello 0,51% entro il 2010 (0,17% per i nuovi Stati membri), portando così il contributo collettivo dell’UE allo 0,56%.

Questo impegno si tradurrebbe in un aumento di 20 miliardi di euro all’anno e consentirebbe di raggiungere nel 2015 l’obiettivo dello 0,7% del PNL.

Negli ultimi 20 anni, l’APS annuale è stata fra i 50 miliardi e i 60 miliardi di dollari USA, ma ha superato i 100 miliardi di dollari già nel 2005 (OCSE, 2009).

Non solo aiuti ma nuove relazioni qualitativamente diverse

La qualità degli aiuti è un aspetto fondamentale per l’UE, che provvederà a controllare l’osservanza del suo impegno a garantire l’efficacia degli aiuti, in particolare definendo obiettivi concreti per il 2010. I principi fondamentali in questo contesto sono la titolarità nazionale, il coordinamento e l’armonizzazione dei donatori (già a partire dal livello locale), l’allineamento ai sistemi dei paesi destinatari e l’orientamento ai risultati. Saranno sviluppati meccanismi di aiuto più prevedibili che consentiranno ai paesi partner di definire una programmazione efficace.

L’UE promuoverà un migliore coordinamento e una maggiore complementarità tra i donatori, puntando su una programmazione pluriennale congiunta, basata sulle strategie e sulle procedure dei paesi partner, su meccanismi comuni di attuazione e sul ricorso a dispositivi di cofinanziamento. Inoltre favorirà la coerenza delle politiche di sviluppo in vari settori.

Ripensare i paradigmi fondamentali della cooperazione prendendo atto del fallimento della strategia assistenziale degli aiuti e denunciare un uso troppo strumentale e, spesso speculativo, delle emergenze e degli aiuti umanitari.

Il sistema Italia nella cooperazione europea e multilaterale

Il Dac / OCSE, all’inizio del 2010, ha inviato un documento che traccia un quadro critico della cooperazione italiana.

Rileva che non esiste ancora un ampio consenso politico su come arrivare ad una riforma della Legge n. 49/87, nonostante i diversi tentativi fatti nelle precedenti legislature e l’unanime consenso di tale necessità. Si nota che l’Italia mancherà di molto l’obiettivo europeo per il 2010 per risorse destinate allo sviluppo, lo 0,51% del PIL. E, più grave, sarà tra i paesi responsabili del fallimento di tutta l’Unione Europea, che aveva promesso di destinare all’aiuto lo 0,56 % del PIL dell’Europa a 15.

La raccomandazione è quella di presentare un piano d’incrementi di lungo periodo che consentirà all’Italia di avere un programma di cooperazione credibile. Lo scarso investimento politico-finanziario e l’inadeguatezza della normativa contribuiscono a spiegare anche altre carenze messe in evidenza dal documento del DAC:

  • l’assenza di una visione strategica d’insieme e di valutazioni sistematiche per i programmi di cooperazione allo sviluppo dal 2002;
  • l’insufficiente coordinamento tra Ministero degli Affari esteri, Ministero dell’Economia, Ministero dell’Ambiente, dipartimento della Protezione civile e amministrazioni locali per le iniziative di cooperazione allo sviluppo;
  • la progressiva riduzione del personale tecnico per la cooperazione allo sviluppo;
  • una programmazione geografica inattuata, con l’Africa Sub-sahariana che vede ridurre progressivamente la quota d’aiuto italiano nonostante sia regione prioritaria dal 2005;
  • nessun progresso sulla questione della coerenza delle politiche tra le relazioni esterne dell’Italia e gli obiettivi della cooperazione allo sviluppo;
  • la maggior parte delle misure non realizzate sono a “costo zero”, ma lo scarso investimento finanziario ha un peso. È il segnale del disinteresse della classe politica e del progressivo smantellamento della struttura della cooperazione allo sviluppo, che non trova ragioni e motivazioni per riformarsi profondamente dal suo interno ma procede per inerzia, a vista.

Il Dac prescrive una cura completa di riforme da somministrare nell’arco di quattro anni, ma non fa i conti con il fatto che le nuove sedici raccomandazioni possano restare inattuate come quelle del 2004 per negligenza e per oggettiva difficoltà di una struttura indebolita.

La lista di raccomandazioni da realizzare nel primo anno si riduce a quattro:

1) incrementare progressivamente l’investimento finanziario;

2) riavviare il dibattito parlamentare sulla riforma legislativa;

3) eliminare le incoerenze;

4) realizzare valutazioni d’impatto.

Rispettare tali indicazioni è l’unico modo per poter continuare ad esistere una cooperazione internazionale pubblica dell’Italia.

É importante continuare a difendere il principio che la cooperazione è parte integrante della politica estera italiana. Parte integrante non significa strumento. Vuol dire difendere un ruolo importante degli attori di cooperazione nel pretendere coerenza tra la solidarietà e le altre scelte politiche. Significa non ridursi a un ruolo marginale fatto di elemosine che non incidono sulle cause.

Assumere il ruolo di rilevanza adeguato nell’ambito della comunità internazionale e nei rapporti multilaterali in Europa, nelle Nazioni Unite e negli ambiti collegati.

Il Parlamento deve svolgere la funzione di indirizzo e di controllo con efficacia. Come?

È questo uno dei punti più controversi e anche polemicamente discussi nelle scorse legislature.

Alcuni parlamentari hanno proposto l’esistenza di una Commissione bicamerale permanente di vigilanza sulla cooperazione. Dalle loro stesse testimonianze si sottolinea la difficoltà di far funzionare le commissioni parlamentari. Poco tempo, troppe cose da seguire, poche mezzi, supporti inadeguati. Se viene meno un funzionamento pieno di questa funzione si perde la dimensione fondamentale di indirizzo e controllo che renda politica di cooperazione, nel più vasto ambito di quella estera, qualcosa di coerente con le indicazioni del mandato democratico di parlamentari. O si danno le condizioni per far funzionare bene le attività di indirizzo e controllo oppure viene meno un pilastro fondamentale e tutto l’edificio rischia di crollare.